“Don Tonino Bello: le distanze annullate” di Giancarlo Canuto

L’articolo scritto dal prof.Giancarlo Canuto in preparazione dell’incontro svoltosi a San Michele Salentino promosso da Attacco Poetico: “il Bello di Puglia 30 anni senza don Tonino Bello”

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“Ci sono mille modi, tutti giusti, per raccontare don Tonino Bello: ho scelto, ricordandolo con gli occhi del credente e di chi lo ha conosciuto collaborandoci, un aspetto che più mi colpisce perché mi pare lo rappresenti al meglio”.

Inizia così ’articolo scritto dal prof. Giancarlo Canuto in preparazione dell’incontro svoltosi a San Michele Salentino lo scorso venerdì, promosso da Attacco Poetico: “il Bello di Puglia 30 anni senza don Tonino Bello” e pubblicato su “diseguiLIBRI” d’autore, collana curata da dalla stessa Associazione.

È stato un incontro fatto di ricordi, passione civica, emozioni, sollecitazioni pastorali, ma anche di tanta attualità.

“Appena nominato vescovo di Molfetta”, ha proseguito Giancarlo Canuto nel suo articolo, “si firmò e si fece chiamare don Tonino, vescovo. Chi ha un minimo di dimestichezza con gli ambienti ecclesiali colse subito la portata di quella scelta apparentemente marginale che invece, proprio perché così semplice e inedita, era già l’annuncio del suo programma pastorale: l’annullamento delle distanze. Fin dall’approccio con la sua persona venivano di un colpo cancellate quelle distanze formali, create tanto dal protocollo quanto da una debolezza verso la vanità, che collocano gli uomini di Chiesa, chiamati a incarichi di grande responsabilità, su un gradino diverso, per alcuni addirittura superiore. Non ha voluto usare quel classico “Sua Eccellenza” che oggettivamente allontana e rende diversi. E questo avveniva 40 anni fa, nel 1982. Poi abbiamo dovuto attendere Papa Francesco, con il suo “buonasera” annunciandosi al mondo nella sera della sua elezione il 13 marzo, per riassaporare la semplicità dell’approccio in una relazione pur rivestendo ruoli così importanti”.

Ed ancora: “Don Tonino si fece conoscere così e pochi allora sapevano che quel parroco dello sperduto e sconosciuto (all’epoca) Salento aveva già rifiutato altre due nomine a vescovo prima di arrendersi e accettare Molfetta. Non voleva lasciare la sua Tricase, la vicinanza alla sua gente, ai più poveri. In tanti “brigano” per una nomina mentre lui voleva restare anonimo nella sua periferica parrocchia.

Nel giorno del suo ingresso ufficiale da Vescovo di Molfetta-Giovinazzo-Ruvo-Terlizzi chiese di essere accolto “come fratello e amico, oltre che come padre e Pastore. Liberatemi da tutto ciò che può ingombrare la mia povertà”. E siccome non amava parlare senza fare, per liberarsi dagli “ingombri” che potevano ostacolare il suo servizio, oltre a continuare a farsi chiamare don Tonino, scelse come suo segretario non un sacerdote ma un laico. Scelse Francesco un assistente sociale che già dedicava la sua vita ai poveri e non aveva nessuna appartenenza ecclesiale. Un altro segnale chiarissimo: non aveva bisogno di un “organizzatore” delle attività interne alla Chiesa ma esterne, che avvicinassero quanto più possibile quel vescovo alla sua gente.

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Nel suo “Don Tonino Bello: le distanze annullate”, Giancarlo Canuto evidenza anche come nel giro di qualche tempo Don Tonino Bello “aprì la sua casa, il palazzo vescovile, ai senzatetto, che dormivano accanto alla sua stanza annullando l’ennesima distanza, nel senso più fisico e concreto della parola. Fu poi aperta, e ancora opera, la C.A.S.A. (Comunità di Accoglienza e Solidarietà “Apulia”) per il recupero dei giovani tossicodipendenti ed una Casa di accoglienza per extracomunitari. A Molfetta, invece, per sua iniziativa nacque la “Casa per la Pace”, sviluppatesi e cresciuta grazie all’azione di un altro grandissimo testimone di pace che è stato Guglielmo Minervini, ed oggi ancora centro di educazione e informazione nonviolenta che ruota intorno alla rivista Mosaico di Pace non a caso diretta da padre Zanotelli e alla Casa Editrice “la Meridiana” guidata sempre da una sua “allieva” Elvira Zaccagnino.

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Sempre “accanto” mai “distante”. Così come fece, poco tempo dopo la sua nomina a vescovo, con gli operai delle ferriere di Giovinazzo partecipando in prima persona allo sciopero per la chiusura dello stabilimento, suscitando fastidio in alcuni e ammirazione in altri. Nel suo messaggio assicurò loro «che la Chiesa ha un compito e una competenza che nessuno ci può contestare, quello di schierarci con gli ultimi. E in questo momento gli ultimi siete voi».

E poi conclude il suo coinvolgente ricordo: “Questo agire per i poveri e gli esclusi, il calarsi dentro le ingiustizie e il chiamare per nome le storture del sistema economico sono state le caratteristiche fondamentali del suo impegno a cui volle dare una simbolica definizione che è rimasta ancora oggi come espressione mirabile della sua missione: “la Chiesa del grembiule”, la Chiesa che serve, annullando le distanze.

Un impegno, quello di don Tonino, caratterizzato da mille altre peculiarità non riassumibili in questo scritto, fra tutte il suo pacifismo senza “se e ma”, nella Puglia militarizzata e nella Italia che ripudia la guerra ma manda armi e soldati in giro per il mondo. Un impegno contro le guerre che gli procurerà, più di ogni altro gesto alternativo e controcorrente, gli attacchi feroci dei poteri forti e l’isolamento dentro la Chiesa. Ma proprio questa sua autentica testimonianza gli permise di annullare la distanza peggiore: quella tra Religione e Vangelo. I suoi gesti così radicalmente evangelici hanno avuto il merito, dentro e fuori la Chiesa, di mostrare la forza rivoluzionaria del Vangelo, di una Fede incarnata nella condizione umana che ama il proprio nemico, che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili. Ha annullato le distanze tra spiritualità e condizione umana perché ognuna di esse si nutre dell’altra.

La sua radicalità lo ha reso, come dice il Vangelo, “perseguitato” fino a forse farlo ammalare. E qui ha compiuto l’annullamento della distanza “ultima” quella tra la vita e la morte, nobilitando la durissima malattia che lo provò senza impedirgli di guidare, malato terminale, la carovana per la pace nella Sarajevo bombardata. Sul suo volto i segni della malattia non riuscivano a spegnerne il grido di speranza che lanciò, tutti noi intorno a lui, la notte del 31 dicembre 1992, a termine dell’annuale Marcia per la Pace che Paxchristi volle tenere, proprio per le sue condizioni di salute, a Molfetta. E nelle sue parole, come nel suo corpo, ogni distanza annullata e mai come allora lo sentimmo così vero, così intenso, così forte. Fu l’ultima volta dal vivo, morì quattro mesi dopo. Ma è come se fosse sempre qui”.

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