“Stai Zitta!” Reading di pagine scelte di Michela Murgia a Mesagne

A partire dalle ore 18.30, nel salone dell’Associazione Di Vittorio risuoneranno le parole di Michela Murgia, contro maschilismo, luoghi comuni, violenza verbale, discriminazioni e body shaming.

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Domani, venerdì 24 Novembre, alla vigilia della Giornata per l’eliminazione della violenza contro le Donne, a Mesagne presso il Salone dell’Associazione Di Vittorio (al civico 20 di Via Castello 20) si terrà l’incontro “Stai Zitta! splende Michela Murgia”, appuntamento organizzato nell’ambito dell’evento pubblico “Stai Zitta!”, organizzato da Anpi Mesagne e Associazione Di Vittorio.

A partire dalle ore 18.30, risuoneranno le parole di Michela Murgia, contro maschilismo, luoghi comuni, violenza verbale, discriminazioni e body shaming.

Amelia Ignone e Carla Graduata introdurranno le note di Beatrice Randino e le voci di Giampiera Di Monte, Rebecca Di Salvatore, Giada Di Nunzio, Chiara Cascione, Antonella Carrozzini e Anita Martellotta, tutte giovani donne che faranno riecheggiare le parole della scrittrice, drammaturga, opinionista e critica letteraria, il cui libro “Stai Zitta – e le nove frasi che non vogliamo sentire più-” è uno strumento che “evidenzia il legame mortificante che esiste tra le ingiustizie che viviamo e le parole che sentiamo. Ha un’ambizione: che tra dieci anni una ragazza o un ragazzo, trovandolo su una bancarella, possa pensare sorridendo che per fortuna queste frasi non le dice più nessuno”.

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“Di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva. Se si è donna, in Italia si muore anche di linguaggio. È una morte civile, ma non per questo fa meno male. È con le parole che ci fanno sparire dai luoghi pubblici, dalle professioni, dai dibattiti e dalle notizie, ma di parole ingiuste si muore anche nella vita quotidiana, dove il pregiudizio che passa per il linguaggio uccide la nostra possibilità di essere pienamente noi stesse. Per ogni dislivello di diritti che le donne subiscono a causa del maschilismo esiste un impianto verbale che lo sostiene e lo giustifica. Accade ogni volta che rifiutano di chiamarvi avvocata, sindaca o architetta perché altrimenti «dovremmo dire anche farmacisto». Succede quando fate un bel lavoro, ma vi chiedono prima se siete mamma. Quando siete le uniche di cui non si pronuncia mai il cognome, se non con un articolo determinativo davanti. Quando si mettono a spiegarvi qualcosa che sapete già perfettamente, quando vi dicono di calmarvi, di farvi una risata, di scopare di piú, di smetterla di spaventare gli uomini con le vostre opinioni, di sorridere piuttosto, e soprattutto di star zitta”.

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Anche Michela Murgia si è sentita gridare «stai zitta» da un noto psichiatra contraddetto in radio durante un’intervista, eppure, per stessa ammissione dell’autrice, «ho perso il conto delle volte in cui qualcuno mi ha detto che le battaglie sul linguaggio sono marginali e che, con tutto quello per cui occorre ancora lottare, è fuorviante e persino dannoso andare a fare pignolerie proprio sulle parole. Il sottinteso è che le parole non contino niente e forse è per questo che in troppi le usano senza prendersene mai la responsabilità. Sottovalutare i nomi delle cose è l’errore peggiore di questo nostro tempo, che vive molte tragedie, ma soprattutto quella semantica, che è una tragedia etica» (Michela Murgia, «Vanity Fair»).

 

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